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Black rot una avversità da non sottovalutare

Nelle ultime settimane sono stati rilevati diversi casi di black rot della vite. Questa patologia che manifesta sui grappoli sintomi che possono essere confusi con attacchi di peronospora larvata o di scottature, sebbene ancora contenuta in termini di aziende colpite, può incidere sulla produzione in maniera importante. Nei casi manifesti o sospetti, occorrerà verificarne la presenza e l’incidenza per rivedere le strategie di difesa da attuare nella prossima stagione.

Segue un approfondimento a cura del Dott. Riccardo Bugiani Servizio Fitosanitario – Regione Emilia-Romagna

 

Il marciume nero o, come è più internazionalmente conosciuto“black rot”, è una malattia specifica della vite causata dal fungo ascomicete Guignardia bidwellii, originario dell’America del Nord-Est, dove tutt’ora desta preoccupazione, e introdotto in Francia verso la fine del 1800 con l’importazione di portinnesti resistenti alla fillossera. In Italia, la malattia fu segnalata per la prima volta in Liguria nel 1974, mentre in Friuli Venezia Giulia fece la sua comparsa nel 1985. Proprio negli areali viticoli del Triveneto il “black rot” è comunemente presente e, in conseguenza di condizioni climatiche particolarmente umide e piovose è in grado, in talune annate, come il 2010 e 2011, di provocare danni alla produzione oscillanti dal 20 al 70% nelle situazioni più problematiche. In questi ultimi 5 anni gravi attacchi di marciume nero sono stati segnalati in alcune aziende degli areali viticoli in Toscana, Marche, Sardegna e, anche se marginalmente, in Emilia-Romagna.

 

Sintomi

Gli attacchi sulle foglie sono poco dannosi ma possono rappresentare una fonte di inoculo per le contaminazioni secondarie. Gli attacchi sul grappolo, al contrario, possono essere gravi sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Il fungo può colpire tutti gli organi della vite in fase di crescita attiva. Le foglie sono suscettibili alle infezioni fin dal loro primo dispiegarsi e diventano resistenti quando sono completamente espanse. Su queste i sintomi sono caratterizzati da macchie di forma abbastanza regolare, nettamente delimitate da un alone bruno. L’interno della macchia, che dissecca, prende un colore marrone chiaro spesso e si copre di piccole pustole nere e brillanti disposte in cerchi concentrici costituiti dai picnidi, organi asessuati del fungo. I giovani tralci erbacei, molto sensibili all’infezione, possono presentare le stesse tacche brune, allungate, che si trasformano rapidamente in cancri bruni infetti. I grappoli, che possono essere infettati dal fungo dalla fioritura all’invaiatura, sono più sensibili agli attacchi a partire dallo stadio di piena fioritura fino a quello in cui gli acini raggiungono un diametro di un centimetro circa. La prima manifestazione di marciume nero sugli acini compare come un piccolo punto biancastro di circa 1 mm di diametro. Qualche ora dopo si sviluppa, attorno a questo, una zona circolare brunastra che si estende rapidamente all’intero acino. Dopo qualche giorno, gli acini colpiti diventano viola, raggrinziscono, disseccano e mummificano ricoprendosi di punti nerastri, i picnidi del fungo, visibili anche ad occhio nudo. Nelle epidemie più gravi, il grappolo intero può essere infettato e mummifica sul tralcio.

In campo è necessario non confondere i sintomi determinati dal “black rot” sui grappoli disseccati con quelli della peronospora larvata. Un controllo rapido di un acino malato permette con facilità di distinguere le fruttificazioni di Guignardia bidwelli. Inoltre, l’acino rimane saldamente attaccato al rachide. A differenza del marciume nero, la superficie degli acini colpiti dalla peronospora, invece, non presenta le piccole protuberanze nerastre (picnidi) e, al tatto, si distaccano facilmente dal rachide. Anche i sintomi fogliari da marciume nero possono essere confusi con fenomeni di fitotossicità oppure da botrite, ma, anche in questo caso, la presenza di picnidi sulle lesioni necrotiche conferma che si tratta di un attacco di marciume nero.

 

Epidemiologia

Il fungo trascorre le rigide condizioni invernali come peritecio (organo di riproduzione sessuata), o come picnidio sugli acini mummificati rimasti sui grappoli che non sono stati vendemmiati, oppure caduti a terra nei pressi del vigneto o, più raramente, nei cancri prodotti dal fungo stesso sui tralci che erroneamente non vengono adeguatamente puliti con la potatura. Il fungo può iniziare a riprendere la sua attività allorquando le temperature raggiungono i 9-10°C. In primavera, poco dopo il germogliamento e fino alla metà di luglio gli aschi contenuti nei periteci, una volta giunti a maturità, si aprono grazie all’azione imbibente e battente delle piogge e liberano le ascospore. Queste, trasportate dal vento, possono giungere a contaminare foglie, fiori e giovani grappolini (contaminazioni primarie). L’acqua è fondamentale per la germinazione delle ascospore e quindi per l’infezione. Con condizioni termiche ottimali (21-26,5°C) sono sufficienti 6-7 ore di bagnatura perché le ascospore producano il tubetto germinativo e penetrino nei tessuti vegetali suscettibili. Trascorso un periodo di incubazione mediamente di 7-10 giorni, ma che può arrivare anche 20, in funzione della temperatura e del grado di maturità degli organi colpiti, compaiono le prime lesioni che, progressivamente, si espandono e all’interno delle quali si formano piccoli picnidi all’interno dei quali maturano i conidi, organi di diffusione secondaria della malattia. In seguito a eventi piovosi e alta umidità relativa, da questi erompono dei cirri mucillaginosi biancastri contenenti una grande quantità di conidi che vengono trasportati dagli schizzi d’acqua sugli organi vegetali sani, infettandoli. Le foglie vecchie e i grappoli maturi possiedono una resistenza ontogenetica. Dopo la fine di luglio, pochissimi acini e foglie diventano fonte di inoculo, mentre dalla invaiatura, gli acini non sono più suscettibili alla malattia. In pratica il periodo di suscettibilità dei grappoli alla malattia inizia in fioritura quando l’ovario è completamente esposto, rimane elevato per le successive due-tre settimane e, dalla quarta settimana cala per terminare dopo 6 settimane, generalmente in prossimità dell’invaiatura. 

 

La difesa

La ricomparsa della malattia è spesso da imputare, più ad un mutamento di pratiche agronomiche e di strategie di difesa, piuttosto che ad avverse condizioni climatiche. La malattia infatti viene sì generalmente controllata dai normali programmi di difesa anticrittogamica che si applicano per il contenimento della peronospora e dell’oidio, ma è altrettanto vero che, per un controllo efficace, nei vigneti a rischio, devono essere anche applicate alcune importanti misure profilattiche.

Un efficace contenimento alla malattia, che può essere ottenuto attraverso opportuni trattamenti fungicidi, non dovrebbe tuttavia prescindere da opportune e corrette pratiche agronomiche in grado di ridurre il potenziale di inoculo del patogeno, specialmente in vigneti in aree a forte pressione infettiva, su varietà più sensibili (Riesling, Tocai, Pinot bianco e grigio) o dove si pratica la potatura e/o la raccolta meccanizzata, uno dei fattori più a rischio per il marciume nero.

Le misure di profilassi (miranti a diminuire le fonti di inoculo primario):

  • i vigneti abbandonati devono essere estirpati e i ceppi bruciati, in quanto costituiscono delle pericolose fonti di inoculo per i vigneti vicini;

  • durante l’inverno, nei vigneti a rischio (quelli allevati a cordone speronato e caratterizzati da potatura e/o raccolta meccanica), bisogna eliminare i tralci che presentano lesioni provocate dal fungo e i grappoli che abbiano delle bacche mummificate (in particolare nei vigneti ove si effettua la vendemmia meccanica) e bruciarli.

  • anche i viticci che presentano delle lesioni e che restano agganciati al filo di ferro andranno eliminati;

  • nel caso di vigneti non inerbiti, è consigliabile eseguire la rincalzatura primaverile dopo il primo trattamento contro il marciume nero, per evitare di riportare in superficie gli acini mummificati interrati con i lavori autunnali.

  • Meglio allevare la fascia produttiva ad una altezza dal suolo di 90-100 cm per evitare quanto più possibile che le ascospore provenienti dai residui colturali lasciati a terra vi arrivino dando avvio alle infezioni primarie.

 

A parte le pratiche agronomiche, miranti a ridurre l’inoculo primario, contro il marciume nero generalmente non viene effettuata una lotta specifica. Al germogliamento, la strategia di difesa contro il marciume nero è comune con l’escoriosi, mentre più avanti, tra la fioritura e la chiusura grappolo, periodo di maggior rischio epidemico per il “black rot”, coincide normalmente con la lotta alla peronospora e all’oidio. Per controllare efficacemente la malattia, è necessario che i principi attivi impiegati contro le altre e generalmente più importanti patologie, siano efficaci anche contro il marciume nero.

 

Le armi a disposizione

Oltre allo zolfo e ai composti rameici, per lo più utilizzati nella viticoltura condotta biologicamente, i formulati commerciali autorizzati ed efficaci per la lotta al “black-rot” appartengono alle famiglie dei ditiocarbammati, delle strobilurine degli IBS. Per quanto riguarda i ditiocarbammati impiegati normalmente nelle fasi vegetative iniziali o in miscela con gli antiperonosporici, bisogna tener presente la loro estrema sensibilità al dilavamento, pertanto, in corrispondenza di prolungati eventi piovosi, la copertura deve essere ripristinata. E’ consigliabile verificare che i principi attivi sia antioidici che antiperonosporici, quando siano in miscela con partner di contatto efficaci, utilizzati tra la fioritura e la chiusura grappolo, siano efficaci anche contro il marciume nero e controllare le dosi di impiego, che possono essere diverse da quelle raccomandate contro l’oidio e la peronospora. L’elevato grado di efficacia preventiva e curativa su marciume nero di alcuni IBS (il difenconazolo maggiormente efficace rispetto agli altri triazoli) rende il loro impiego particolarmente interessante per la protezione dei grappoli a partire dall’allegagione. Inoltre, anche se tecnicamente sconsigliata, i triazoli e le strobilurine hanno a loro vantaggio, una proprietà curativa che può rendere un eventuale trattamento retroattivamente efficace (fino a 3-4 giorni dalla pioggia infettante). Tuttavia, per non incorrere nel rischio di insorgenza di popolazione di Unicinula necator ma anche di G.bidwellii resistenti agli IBS, è consigliabile limitarne il loro impiego ad un massimo di tre interventi all’anno e di alternarne l’impiego durante la stagione vegetativa con altri principi attivi a diverso meccanismo d’azione. Nella maggioranza dei casi due trattamenti con IBS o strobilurine eseguiti in previsione di una pioggia infettante all’80% della fioritura, seguito da un secondo a distanza di 10 giorni in caso di prolungata bagnatura, sono sufficienti per controllare le infezioni di “black rot” efficacemente e di limitare l’inoculo del patogeno nel vigneto. Nelle aziende con accertata presenza di G.bidwellii è pertanto sconsigliabile, nel periodo di maggiore suscettibilità alla malattia, utilizzare principi attivi che non hanno una attività collaterale nei confronti del patogeno.

 

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Epidemiologia marciume nero vite.pdf 

  



Sintomi su foglie. Al centro, disposti concentricamente, si possono facilmente osservare i picnidi del fungo

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Attacchi di marciume nero su grappolo; anche in questo caso possono risultare visibili i picnidi

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Modena, 03 luglio 2018

 

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